Visto con i nostri occhi
«Più unità contro la mafia»
Ospite a Gazoldo del festival Raccontiamoci le mafie, il fondatore di Libera, don Luigi Ciotti, ha invitato i cittadini a impegnarsi per combattere la criminalità organizzata
02/10/2017
Il dovere di conoscere, la responsabilità della memoria, il contributo di ogni singolo cittadino per diffondere valori come giustizia e onestà. Don Luigi Ciotti, prete torinese celebre per il suo impegno sociale e simbolo della lotta alla criminalità organizzata in tutta Italia, è intervenuto a Gazoldo degli Ippoliti domenica 24 settembre, per inaugurare la terza edizione del festival “Raccontiamoci le mafie”.
Un momento chiave è stata l’intitolazione del parco del Municipio, diventato “Parco 21 marzo”, giornata nazionale della memoria e dell’impegno per le vittime delle mafie. Un totem, installato nel giardino, ricorda nomi e cognomi di quanti, negli ultimi decenni, sono stati uccisi per essersi ribellati ai criminali. Alcuni noti e altri meno, ci richiamano a non dimenticare le loro storie e a fare ciascuno la nostra parte.
«Altrimenti restano solo discorsi, parole vuote e stanche», ha fatto notare don Ciotti. «La prima è la verità di cui c’è grande bisogno: le stesse vittime non la conoscono, se non in parte. Inoltre, bisogna garantire ai loro famigliari libertà e dignità e, soprattutto, ammettere che la strada per battere la mafia è ancora molto in salita».
Combattere è difficile anche per il trasformismo che contraddistingue da sempre le associazioni criminali, capaci di radicarsi ovunque e cogliere nuove opportunità economiche. «Le mafie riescono a leggere le novità – ha aggiunto il sacerdote – e sono grandi anticipatrici dei cambiamenti sociali. Rispetto al passato solo nelle zone di Foggia e Napoli si uccide ancora, la strategia attuale è la corruzione, per entrare nelle istituzioni».
Torna in mente una frase pronunciata da don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare: «La mafia ha i piedi in Sicilia, ma forse ha la testa a Roma. Risalirà sempre più forte e crudele verso il Nord fino ad andare oltre le Alpi». Era il 1900, ma sembra oggi.
Corruzione e mafia, due facce della stessa medaglia. Lo confermano numerose inchieste in tutta Italia. In Lombardia ha fatto scalpore la recente sentenza del processo Pesci, che ha riconosciuto una volta per tutte la presenza della ‘ndrangheta al Nord e nel Mantovano.
«Non c’è regione che possa dichiararsi esente – ha ammesso don Ciotti – seppur con tinte e colori diversi. La criminalità c’è, quindi sosteniamo chi è impegnato nelle istituzioni, ma è la società civile che deve fare la sua parte, cioè noi cittadini. Dobbiamo essere responsabili e non farlo a intermittenza, a seconda dei momenti. Educazione e cultura diventano pilastri fondamentali, altrimenti non ne usciremo mai. Giustizia, politiche sociali, lavoro, attenzione alla famiglia e investimenti per i giovani: è su questo che si deve puntare per sconfiggere la mafia. Servono città educative, dove cioè la formazione delle coscienze viene svolta a ogni livello. Serve uno scatto in più, da parte di tutti».
Fiore all’occhiello del contributo che don Luigi Ciotti ha dato in questi anni per la legalità è Libera, l’associazione da lui fondata nel 1995. Ad oggi coordina oltre 1600 gruppi, cooperative, scuole e realtà di vario tipo sparse in tutta Italia. Tra le conquiste più significative, la legge per l’uso sociale dei beni confiscati, nata da una campagna di sensibilizzazione promossa da Libera che portò a raccogliere più di un milione di firme. Non vanno dimenticati l’impegno contro la corruzione, i campi di formazione, i progetti di sviluppo.
Una presenza propositiva e costante, soprattutto nei processi per mafia dove Libera è sempre rappresentata. «La nostra partecipazione in questi casi è emblematica – ha sottolineato il fondatore – perché dimostra che i cittadini si assumono la propria responsabilità civile e fanno vedere da che parte stanno».
Pensando ai risultati raggiunti si nota un approccio diverso nella società. La mafia non è più un tabù assoluto: se ne parla e si agisce per combatterla. Eppure, don Ciotti ha concluso mettendo in guardia chi si limita a farne uno slogan. «Attenzione a non rendere la legalità un idolo – ha detto – perchè diventa una bandiera che tutti sventolano. La legalità deve tradursi in concretezza e per fortuna vedo tante associazioni e gruppi che si sono messi in gioco. C’è un fermento. Ci vuole però molto di più».
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