Visto con i nostri occhi
In missione con cuori giovani
L’esperienza di due mantovani, andati in Togo per un mese come volontari. Incontrare nuove culture fa cambiare le prospettive della vita. Raccontano: «È un viaggio che arricchisce»
08/10/2018
Andare in missione significa seguire una voce che spinge ad allargare l’orizzonte, visitare Paesi lontani, conoscere lingue e culture. Bisogna essere predisposti, perché non è scontato lasciare comodità e abitudini e mettersi in discussione. Soprattutto, non è immediato cambiare prospettiva. La missione, invece, porta a orientare il proprio sguardo sugli altri. È un’altra via per vivere la fede cristiana e annunciare il Vangelo. Un impegno al quale siamo chiamati nel mese di ottobre, dedicato per tradizione proprio alle missioni.
Il tema quest’anno è “Giovani per il Vangelo”: l’attenzione è sulle nuove generazioni, in linea con il Sinodo previsto in queste settimane. «Nessuno come i giovani sente quanto la vita irrompa e attragga – ha scritto papa Francesco in vista della 92ª Giornata missionaria mondiale, il 21 ottobre –. La [vostra] novità diventa sostegno e speranza per chi è vicino alla meta del cammino. Ambienti ancora estranei al Vangelo rappresentano le estreme periferie verso cui i missionari sono inviati. Nessuno è così povero da non poter dare ciò che ha, ma prima ancora ciò che è».
Anche la diocesi di Mantova è attiva in questo ambito. Oltre a gestire un paio di comunità in Etiopia (dove sono in servizio don Matteo Pinotti e don Sandro Barbieri) e in Brasile (dove vive don Flavio Lazzarin), nei mesi scorsi è partito il progetto “Giovani in missione”. Dopo aver frequentato un corso, tre ragazzi sono partiti per vivere un periodo di servizio all’estero. Margherita Rodelli, di Roverbella, è appena tornata da Sao Mateus (Brasile), mentre Enrico Bosio, 32 anni di Mantova, impiegato nell’ufficio acquisti di un’azienda di San Giorgio e Martina Margonari, 19 anni di Bagnolo, studentessa in Lingue applicate all’Università “Sorbona” di Parigi, sono stati in Togo. Tra luglio e agosto, hanno passato un mese ad Amakapé, villaggio di circa tremila abitanti che si trova un’ottantina di chilometri a nord di Lomè, la capitale. Nella lingua locale, Amakapè vuol dire “casa delle foglie”: la comunità è gestita dall’associazione “Cuori grandi onlus” e, ad aiutare i due ragazzi partiti da Mantova, c’erano una suora, una laica e una coppia di sposi, oltre ad alcuni volontari.
Quando Enrico e Martina sono arrivati in Togo, era ancora in corso l’anno scolastico perciò, durante i primi giorni, hanno affiancato i docenti della scuola elementare per insegnare ai bambini a scrivere. In seguito, concluso l’anno, hanno svolto dei corsi di recupero per aiutare gli alunni più in difficoltà. La voglia di mettersi al servizio dei bambini di Amakapè li ha portati anche a organizzare dei corsi di informatica per i ragazzini delle medie.
«Erano almeno un paio di anni che pensavo a un’esperienza di servizio all’estero – racconta Enrico –. Da un lato, per conoscere una nuova realtà; dall’altro perché mi sono sempre sentito vicino alle persone più fragili, infatti ho lavorato in Caritas per tre anni come operatore sociale. Volevo capire come aiutare nel migliore dei modi chi ha bisogno, uscendo dal solito assistenzialismo».
Tra i momenti vissuti in Togo, i due giovani mantovani ricordano gli abbracci dei bambini e i sorrisi della gente: cose semplici che li hanno fatti sentire accolti. «Il primo giorno di scuola i bambini ci sono corsi incontro – racconta Martina –: nei loro occhi ho visto una gioia e una felicità che qui non ho mai riscontrato. Il loro affetto era incondizionato, senza pregiudizi o pensieri».
Sorrisi, sì, ma anche lacrime: quelle che solcano il volto di chi ha un famigliare o un amico malato e che non ha abbastanza soldi per curarsi. La vita che prima si rispecchiava negli occhi pieni di gioia dei bambini, a quel punto rivela la sua ineluttabile quotidianità fatta anche di sofferenza. «Mi ha colpito molto visitare i malati negli ospedali – continua Enrico – perché vedendo la loro situazione non potevo far nulla, mi sono sentito impotente. Sono immagini forti che restano nella mente. Mi sento arricchito come persona e credo che questo viaggio condizionerà tutta la mia vita». «Grazie a questa esperienza – gli fa eco Martina – ora sono più sensibile verso i bambini: sento che prendermi cura di loro è una mia responsabilità e, in generale, sono più attenta alle esigenze degli altri».
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