Visto con i nostri occhi
L'Africa insegna la vera accoglienza
L’esperienza di Anna Baccaro, di Ceresara: un mese in Mozambico, ospite di una comunità delle Suore di Gesù Buon Pastore. «Ciò che mi resta è l’importanza dei rapporti umani. Ho capito cosa significhi donare se stessi»
07/10/2019
Gli occhi pieni di gioia di un bambino che corre e ti sommerge con un abbraccio. Il benessere dei residence sulla costa che sfuma poco a poco nelle zone più interne e diventa emarginazione e precarietà. Il sorriso della gente che non ti ha mai vista prima ma ti accoglie con canti e balli, pronta a condividere tutto quel poco che ha per metterti a tuo agio. L’Africa è una terra di contrasti e non può lasciare indifferenti. La sua atmosfera affascina, i paesaggi naturali sorprendono, il calore delle persone conquista.
Per Anna Baccaro, 18 anni di Ceresara, l’Africa ha il rumore delle onde dell’oceano indiano che si infrangono sulle spiagge di Pemba, città di oltre 140mila abitanti nel nord del Mozambico. Qui ha vissuto lo scorso mese di agosto, grazie al progetto “Giovani in missione”. L’iniziativa, promossa dal Centro missionario diocesano, permette ai ragazzi di fare volontariato in varie realtà cristiane del mondo. «Visitare l’Africa è sempre stato un sogno per me – racconta Anna –. Quando ho saputo di questa possibilità mi sono informata e piano piano l’idea si è concretizzata, grazie agli incontri in Seminario e alle testimonianze di chi ha fatto esperienze simili. All’inizio avevo qualche timore, ma mi sono fatta coraggio e ho deciso di partire».
Dall’1 al 31 agosto la casa di Anna è stata la missione gestita dalle suore di Gesù Buon Pastore: una comunità gestita da otto religiose (di cui tre italiane), all’interno della quale si trovano oratorio, asilo e biblioteca. La missione è aperta a tutti, senza distinzioni di ceto sociale o religione. Le suore, aiutate dai volontari, preparano giochi e attività per i bambini, insegnano il portoghese (la lingua ufficiale del Mozambico) a chi non può permettersi di andare a scuola e curano proposte pastorali, come la catechesi del sabato e i cammini in preparazione del matrimonio. Oltre a queste iniziative sono nati anche altri progetti, per sostenere i giovani locali nello studio e costruire nuove abitazioni per chi ha perso la propria casa in seguito a cicloni o altre calamità naturali.
Le giornate per Anna erano scandite da vari impegni all’interno della missione, a seconda del bisogno. La domenica, invece, accompagnava suor Franca Bottin, padovana che vive nella missione di Pemba dal 2002, a celebrare la Parola tra le comunità che vivono nella zona più interna del territorio. «Una delle prime volte che siamo andate in visita – ricorda Anna – le persone si sono precipitate in strada per accoglierci e salutarci, poi hanno preparato il pranzo mettendo a disposizione tutto ciò che avevano. Questo esempio di ospitalità, così forte e sincera, è stata una grande lezione per me. A volte si pensa di andare là a portare qualcosa, in realtà sono loro che hanno tanto da dare e insegnare».
Vivere un mese in Mozambico le ha permesso di conoscere una nuova realtà ed entrare in contatto con un’altra cultura. Pemba è una città turistica e in via di sviluppo, con vari servizi (scuole, l’università, un aeroporto) a cui però tante persone non hanno accesso. La religione più diffusa è l’islam, ma quella cristiana è una presenza forte e ben radicata. «Il cristianesimo si sta diffondendo e coinvolge tanti giovani – afferma la giovane mantovana –. È un contrasto molto forte rispetto alla nostra realtà. In Mozambico l’oratorio rappresenta un rifugio, un luogo dove socializzare e dà speranza a chi proviene da situazioni difficili. Anche se i cristiani sono una minoranza, non ci sono tensioni con i musulmani. L’ho capito durante una camminata per la pace promossa dalla diocesi locale: abbiamo attraversato la città e non c’è stato alcun episodio di intolleranza».
Al termine di un’esperienza simile sono tanti i momenti e le immagini che restano nel cuore. È difficile ricordarli tutti, ma qualcuno lascia il segno e riemerge con forza: «Ricordo il mio primo giorno di servizio all’asilo – continua Anna –. Appena arrivata mi sono corsi incontro tantissimi bambini per abbracciarmi e la scena si è ripetuta giorno dopo giorno. Era il loro modo di salutarmi e donarmi se stessi». Se prima di partire Anna temeva la lontananza da casa, ora non vede l’ora di tornare: «Grazie a questa esperienza ho capito cosa significhi davvero accogliere qualcuno, donarsi all’altro per metterlo a suo agio. Inoltre, mi sono accorta dei tanti pregiudizi che esistono sull’Africa e questo mi ha insegnato ad aspettare prima di giudicare. Ciò che più mi resta è l’importanza dei rapporti umani: è stato più quello che ho ricevuto rispetto a ciò che ho dato».
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