Visto con i nostri occhi
Lavoro nero, scatta l'allarme
Un problema diffuso in provincia: le istituzioni fanno squadra per combatterlo. In due anni denunciati 450 casi tra sfruttamento e caporalato
15/04/2019
Quindici anni fa il “distretto della calza”, zona dell’Alto mantovano ricca di industrie tessili, impegnava oltre 15mila lavoratori. Era una delle realtà più importanti al mondo per quel settore, traino dell’economia di una buona fetta della provincia. Oggi, invece, gli addetti sono appena un terzo. Colpa della crisi economica, che ha portato tante aziende alla chiusura, mentre altre si sono trasferite all’estero. Colpa della tecnologia sempre più sofisticata, capace di ridurre la forza lavoro necessaria grazie all’uso di robot e macchinari all’avanguardia. Colpa, anche e soprattutto, dei laboratori clandestini, un fenomeno su cui proprio quegli anni si cominciava a togliere il velo dell’indifferenza e che, ancora oggi, appare difficile da sconfiggere.
Gestiti da cittadini stranieri, in maggioranza cinesi, si occupano della finitura dei prodotti: gli operai impiegati ricevono spesso salari da fame, al di sotto dei compensi minimi previsti dalla legge e lavorano senza alcuna tutela contrattuale, in assenza di qualsiasi misura sanitaria o di sicurezza. La totale mancanza di rispetto verso le leggi e la dignità dei lavoratori permette a chi gestisce i laboratori di vendere il prodotto finito a un prezzo stracciato rispetto alla concorrenza. Un meccanismo “truccato” che finisce per mettere in ginocchio le aziende che invece rispettano le regole.
Grazie all’impegno delle istituzioni locali, nel luglio 2016 è nata finalmente una task force per contrastare lo sfruttamento del lavoro: a dirigerla è Simone Toni, comandante dei carabinieri di Castiglione delle Stiviere. Il gruppo, istituito dalla Prefettura di Mantova, coinvolge anche Guardia di finanza e Ispettorato del lavoro: tutti uniti per dare un segnale di legalità forte alla provincia. Se all’inizio gli sforzi erano rivolti al contrasto di attività illecite nel settore tessile nell’Alto mantovano, nel corso del biennio le indagini si sono allargate alle coltivazioni della Bassa. Territori e interessi economici diversi, ma modalità simili di sfruttamento: lavoratori impiegati in condizioni disumane, oppure costretti a versare una quota del proprio compenso ai cosiddetti “caporali”, che li reclutano per conto di chi gestisce l’attività.
Negli ultimi due anni, i controlli effettuati a tappeto da Carabinieri e Guardia di finanza hanno portato alla denuncia di 422 casi di sfruttamento della manodopera abusiva (+19% in dodici mesi) e altri 28 casi di caporalato (+33%). I datori di lavoro segnalati sono stati in totale 155, quasi tutti stranieri, mentre i lavoratori sfruttati nel biennio sono 1.385, di cui 823 italiani (il 59%). Parte dell’attività di monitoraggio è stata svolta dall’Ispettorato del lavoro: 836 le aziende che hanno subito accertamenti nel 2018, con un tasso di irregolarità pari al 53,5%. Dei 1.854 operai controllati, 871 non avevano il contratto in regola, mentre 327 lavoravano in nero.
I numeri, presentati il 5 aprile nel convegno della Cisl “Legalità e lavoro”, confermano l’azione di contrasto svolta in questi anni. «Nel nostro territorio si sono affermati fenomeni illegali che fino a dieci anni fa erano sconosciuti – ha sottolineato Dino Perboni, segretario della Cisl “Asse del Po” –. Questi fatti producono condizioni di lavoro inumane, generano concorrenza sleale tra le imprese e producono spazi favorevoli alle infiltrazioni malavitose. Parlarne serve per non nascondere sotto la sabbia queste dinamiche nocive e per accrescere l’attenzione e l’interesse. Dobbiamo accrescere i nostri anticorpi contro queste forme di sfruttamento delle persone».
L’arma più efficace è la collaborazione e per favorirla è in arrivo un protocollo d’intesa, che prevede un unico sistema di controllo preventivo. Non solo: l’attività sarà estesa ad altri settori (commercio di prodotti contraffatti, edilizia, turismo) attraverso servizi coordinati; sarà avviato un tavolo specifico su commercio e produzione trasparente e verranno svolte anche iniziative di sensibilizzazione insieme ad associazioni e scuole. Con un occhio ai centri di accoglienza di migranti, una delle fonti più comuni per imprenditori senza scrupoli. «Oltre ai controlli serve un’attività di prevenzione costante – ha detto il Prefetto, Carolina Bellantoni –. Garantire la sicurezza è compito specifico dello Stato. Bisogna far capire a chi vede nelle zone sperdute della pianura padana una terra di nessuno che in realtà il sistema di sicurezza funziona».
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