Visto con i nostri occhi
Non è una terra per giovani
Alcuni partono prima o dopo l’università. Negli altri Paesi possono trovare le occasioni che l’Italia non sa offrire. È un fenomeno preoccupante: per rimediare bisogna riuscire a valorizzarli
11/02/2019
La speranza di avere migliori opportunità spinge tanti giovani mantovani a lasciare il Paese. Una scelta ponderata, presa durante l’Università o subito dopo la laurea. È la fase in cui si pensa al futuro, alle proprie aspirazioni. Molti ventenni si trovano di fronte a un bivio: trasferirsi in una grande città italiana oppure andare all’estero.
Secondo la Fondazione Migrantes gli italiani residenti all’estero sono 5,1 milioni, cresciuti addirittura del 65% negli ultimi dodici anni. Solo nel 2017 sono espatriati in 128mila, in aumento del 3,3% su base annua e del 19,2% nel triennio. La regione con più partenze è la Lombardia (21.980), seguita da Emilia Romagna (12.912) e Veneto (11.132).
I mantovani all’estero sono 25.867 e anche in questo caso si registra una crescita: nel 2015 avevano lasciato la provincia 1.023 persone, nel 2016 erano state 2.299, l’anno scorso 1.938. Colpisce la quota di giovani, tra 18 e 34 anni, partiti da Mantova: nell’ultimo biennio si è attestata al 22% circa. È una forte perdita: dopo essere stati sostenuti negli studi dalle famiglie e dallo Stato, molti finiscono per “spendere” all’estero il diploma o la laurea. Prima formati, illusi con la speranza di poter realizzare i propri sogni, poi lasciati partire senza troppi complimenti.
Whatsapp, Skype, Facebook: oggi basta poco per mettersi in contatto con chi vive lontano. E attraverso il computer o lo smartphone questi giovani raccontano la loro storia. Giovanni Bocchi, 24enne di Castel Goffredo, si è laureato all’Accademia di Belle arti di Brescia. Dal novembre 2017 lavora a Londra come motion designer per un’agenzia di comunicazione: si occupa di grafica e animazioni in 3d. «Sapevo che avrei fatto fatica a trovare lavoro in Italia – racconta – perciò immaginavo di dovermi trasferire. Qui mi trovo bene: è una città internazionale, vivere in un ambiente così ti spinge ad aprire gli occhi. Anche per quanto riguarda il lavoro sono soddisfatto: le aziende cercano di valorizzarti». Se molti suoi colleghi non torneranno mai in Italia, Giovanni in fondo un po’ ci spera: «È vero, si sente la lontananza dagli amici e dalla famiglia – ammette –. Da poco è nato mio nipote, ma io lo vedrò solo al Battesimo. Mi piacerebbe tornare a Castel Goffredo, perché lì ho le mie radici».
Una delle ragioni più diffuse per trasferirsi è lo studio. Alla Saint Francis University di Loretto, in Pennsylvania, vive Chiara De Luca, 24enne di Viadana: sta per concludere un master in Amministrazione aziendale e sogna di lavorare nel marketing. «Ho deciso di frequentare qui il master perché credo di avere più opportunità rispetto all’Italia – spiega –. L’impatto è stato positivo: i professori sono disponibili e l’Università promuove molti eventi con ex studenti che raccontano la loro esperienza». Le migliori prospettive invogliano a partire, tuttavia rendono meno conveniente un successivo ritorno. In fondo, è proprio questo uno dei nodi della questione. «Partire sembra facile - continua - ma ci vuole grande spirito di adattamento. In generale, è sbagliato scoraggiare i giovani: andare all’estero non è un segno di scarso attaccamento all’Italia, piuttosto bisogna capire perché così tanti scelgono di farlo».
Una provocazione che si coglie anche nelle parole di Chiara Cisana, 26enne di Levata. Nel 2013 si è trasferita a Cluj (Romania), dove studia Medicina in un ateneo internazionale. Più volte ha cercato di tornare in Italia, ma la burocrazia l’ha spinta a desistere. Ora è al sesto anno, tra sei mesi sarà laureata e guarda a un futuro ancora all’estero. «Mi sono informata, ma è difficile che rientri – sostiene –. Dovrei far convalidare la laurea dal ministero e poi mi servirebbe una specializzazione. In Germania invece è più semplice, perciò sto studiando il tedesco». Chiara ammette che sarebbe rimasta volentieri in Italia, ma non rinnega la sua scelta. «Quando lasci il tuo Paese sei sempre combattuto sull’idea di tornare. Dopo sei anni in Romania mi sento ancora italiana, ma una parte di me non si identifica più con quel Paese. Però se un ragazzo ha un sogno fa bene a partire per realizzarlo».
Da queste storie emergono punti in comune. La partenza ha il profumo frizzante di un’avventura, ma talvolta anche il retrogusto amaro di una rete di affetti che si diradano. All’entusiasmo di avere finalmente quelle opportunità un tempo sognate si mischia un pizzico di rammarico: ciò che all’estero è possibile in Italia appare difficile. Il cuore del problema è l’incapacità dell’Italia di valorizzare le competenze e i talenti dei giovani. È su questo che occorre lavorare: Mantova ha bisogno di loro per costruire il futuro.
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