Visto con i nostri occhi
Sinergia, ecco la grande assente
In provincia di Mantova ogni rete di trasporto è nata senza tenere conto dei potenziali utenti. Solo nel 2005 si è iniziato a parlare di intermodalità: troppo tardi
08/07/2019
Si fa un gran parlare del ponte di San Benedetto Po: rifacimento, chiusura, costi… Non è più questione di sapere se si farà o no, perché i lavori sono, seppur con ritardo, in corso. La vera paura delle comunità locali non è nemmeno per quanto tempo rimarrà chiuso il ponte, perché sembra ormai inevitabile; ma soprattutto se riaprirà mai. È l’incognita a spaventare, il possibile isolamento geografico ed economico. Anche se, va ricordato, il ponte di Casalmaggiore appena riaperto è rimasto chiuso al traffico per quasi due anni e comunque nel giro di un decennio andrà rifatto. Nella realizzazione di opere complesse, i problemi si possono sempre presentare.
La vicenda di San Benedetto Po, ultima in ordine di tempo, apre una riflessione sulle infrastrutture di cui il territorio mantovano ha bisogno, di cui si sente parlare da almeno trent’anni ma che oggi, salvo rare eccezioni, sono ancora lì sul tavolo, in attesa di un “via” definitivo. E le cause sono economiche e politiche, ma soprattutto di mancanza di sinergia. Si fa presto a dire: «Bisogna fare le infrastrutture, altrimenti l’economia non decolla», ma poi, all’atto pratico, nelle istituzioni qualcosa non funziona e quella visione, messa su carta, lì rimane.
Un problema politico, dunque. «Il nostro territorio – dice Alessandro Pastacci, già presidente della Provincia –, pur avendo negli anni pensato a dotarsi di un assetto infrastrutturale, non ha mai avviato una logica di sistema tra i vari livelli istituzionali, al di là degli avvicendamenti politici, per arrivare a indicare quali fossero le priorità. Osservazioni e modifiche sono indispensabili ma, una volta giunti al progetto definitivo, abbiamo assistito al riaprirsi del dibattito politico: ci si chiedeva se a quel punto le infrastrutture fossero necessarie o no perché erano trascorsi i tempi, cambiate le persone per convenienze, spesso elettorali, dei rappresentanti pro tempore e le questioni si riproponevano uguali all’inizio. Sono passati gli anni!».
Anche dal punto di vista storico, il Mantovano soffre di un deficit di coordinamento nella costruzione di infrastrutture per i trasporti. «Ogni rete è nata e si è sviluppata indipendentemente dalle altre – dice Alberto Grandi, docente di Storia economica all’Università di Parma –. I mezzi di trasporto su rotaia, gomma o di navigazione interna non hanno goduto della benché minima strategia che tenesse conto delle esigenze diverse e particolari dei potenziali fruitori. Se solo dal 2005 a oggi si può parlare di un progetto di intermodalità a Valdaro di Mantova, con una connessione tra porto fluviale navigabile tutto l’anno, ferrovia e collegamento stradale, è assolutamente chiaro di come in passato la competizione tra mezzi di trasporto abbia avuto la meglio sul loro coordinamento».
La viabilità ha un forte impatto sull’urbanistica di una città. E tutto si può dire delle tangenziali di Mantova, tranne che facciano parte di un sistema: le modalità con cui si sta procedendo alla loro costruzione mostrano come il processo di realizzazione sia disorganico e dipendente anche da interessi puramente localistici e, a volte, di tipo politico. «Senza andare molto lontano – dice Pastacci –, a Verona e Brescia le tangenziali circondano la città e tengono lontano il trasporto pesante senza imporre deviazioni di chilometri agli autisti. A Mantova invece le tangenziali sono incompiute: quella che incomincia nei pressi del centro commerciale “Il Gigante” si interrompe alla “Valle dei fiori” anziché proseguire fino al casello di Mantova sud; a nord rimane il nodo di Goito sulla statale verso Brescia; a sud è sospeso il completamento dell’asse Poggio Rusco–Pegognaga, mentre è ancora nel cassetto la soluzione che faccia deviare il traffico che ogni giorno affligge porta Cerese, a Mantova».
Grandi rincara la dose: «Mantova è divenuta una città per auto e la viabilità stradale è diventato il solo criterio tenuto presente nell’organizzazione dei trasporti urbani. La ferrovia con la sua stazione “periferica” e nascosta e il porto che è stato addirittura abbandonato e ricostruito fuori dalla città ne sono la prova evidente». La mancanza di sinergia, dunque, è una costante. Ma qualche spiraglio c’è. Oggi la costruzione di una nuova infrastruttura come l’autostrada Mantova–Cremona riqualificherebbe il traffico e il collegamento merci tra le due città. «Sono convinto della bontà del progetto – dice Pastacci –. Permetterebbe di migliorare e di rendere più efficiente la viabilità a ridosso della linea ferroviaria, è prevista l’eliminazione dei passaggi a livello, ci sarebbe maggiore interconnessione tra trasporto su gomma e su rotaia, e si sposterebbe tutto il traffico pesante, che oggi percorre un’arteria inadeguata, sulla nuova autostrada, ponendo Mantova su un asse strategico di collegamento tra l’A22 e l’Italia del Nord–Ovest».
Anche in questo caso (e già da anni) la Regione Lombardia avrebbe confermato la realizzazione del progetto ma siamo ancora in attesa del via ai lavori, per alterne posizioni politiche manifestate negli anni. Come si può notare, ciò che serve davvero è la volontà di mettersi insieme e pensare seriamente allo sviluppo di un’area, una città, un’economia. Chiudiamo con una provocazione del professor Grandi: «Ma se davvero ci fosse una spinta economica forte, le infrastrutture non sarebbero già in fase di realizzazione?». La domanda crea l’offerta o viceversa? Viene da pensare: il tessuto economico mantovano è ritenuto tale da non giustificare un investimento interprovinciale o interregionale?
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