Visto con i nostri occhi
Una vita per l'Ac, luce nel lager nazista
Nato nel 1921, l’ex maestro elementare racconta che alla fine degli anni Trenta era nella Giac. Dal 1974 al 1979 è stato presidente diocesano dell’Azione cattolica
04/02/2019
Ha la memoria ancora lucida, nonostante i suoi 98 anni, che festeggerà il prossimo 12 settembre. Il maestro Sergio Cecconi vive presso il “Sereno soggiorno”, una casa albergo per anziani, in via Dugoni, a Mantova. Quando abitava nella frazione di Cittadella aveva spedito al direttore di “Avvenire”, Dino Boffo, la tessera sgualcita dell’Azione cattolica. Una tessera molto speciale, con la data dell’8 settembre 1945 e la scritta: «Associazione giovanile “Renato Sclarandi”», campo di concentramento di Gross Hesepe, in Germania, sul confine con l’Olanda. In una caldissima giornata estiva del 2009, il direttore Boffo manda a Mantova l’inviata Marina Corradi, e la storia del maestro Cecconi diventa una vicenda nota in tutta Italia, sulle colonne di “Avvenire” del 20 agosto. A distanza di dieci anni ci siamo messi sulle tracce di Cecconi e l’“esca” – se così si può dire – ce l’ha offerta lo storico Carlo Benfatti, che nel suo libro Mantovani nei campi di prigionia della Seconda guerra mondiale (Sometti 2018) ha pubblicato un’intervista a Cecconi. All’indomani del Giorno della memoria, il 28 gennaio scorso, eccoci al “Sereno soggiorno”, perché la testimonianza del maestro va ripresa e valorizzata, per capire le sofferenze patite e come, nei lager nazisti, fosse rimasta accesa la luce della fede. La nostra conversazione comincia da una data: 31 agosto 1939. «Eravamo agli esercizi spirituali a Sailetto di Suzzara, nella villa del Seminario – racconta –, quando arriva don Costante Berselli, che dice: “Ragazzi, c’è la guerra!”. E, in effetti, il giorno dopo la Germania invade la Polonia». Il 28 febbraio 1941, Cecconi riceve la cartolina per il militare con destinazione Roma, 81º Reggimento fanteria, nella Divisione “Torino”. Per lui inizia un lungo calvario: dopo il corso per allievi ufficiali a Fano, nelle Marche, viene inviato in Montenegro. È il maggio 1942. In occasione dell’armistizio (8 settembre 1943), il comando della Divisione “Torino” decide di non arrendersi ai tedeschi ma di entrare nell’Esercito popolare di Liberazione della Jugoslavia. Il 20 marzo 1944, Cecconi viene fatto prigioniero dai tedeschi a Rogatica, in Bosnia. E di lì molte altre tribolate tappe: Sarajevo, Zenica, Vienna, Norimberga, fino a Gross Hesepe. «Sono arrivato nel campo di concentramento situato vicino all’Olanda nel febbraio 1945 – spiega – e sono stato prigioniero dei tedeschi fino al 5 aprile, quando io e i miei compagni siamo stati liberati dai canadesi. Il 9 settembre 1945 sono ritornato a casa a Mantova». In quel campo le condizioni di vita erano precarie: agli inizi Cecconi dormiva per terra, in seguito su dei materassi di carta. Ma a Gross Hesepe ha la possibilità di vivere l’esperienza del gruppo di Azione cattolica intitolato a Renato Sclarandi, il giovane ucciso il 22 aprile 1944, all’età di 24 anni, nel lager di Hammerstein (Polonia), mentre portava conforto a un prigioniero ammalato. «A Gross Hesepe – continua Cecconi – esisteva una cappella. Si celebrava la Messa, c’erano momenti di adorazione eucaristica. Avevamo anche incontri sia di cultura religiosa, sia su vari aspetti dell’Azione cattolica e sul pensiero sociale della Chiesa, coordinati da Rimero Chiodi di Bergamo. Erano proposti da ufficiali che erano stati in altri lager: per esempio, Deblin e Norimberga. Tra i cappellani di Gross Hesepe ricordo il torinese don Aldo Grisa e padre Marcellino Turchet, dei Carmelitani scalzi. Con i compagni di prigionia dicevo: “Grazie alla formazione ricevuta potremo inserirci nella nuova storia d’Italia”». I ricordi del maestro Cecconi sono innumerevoli: e si capisce con chiarezza che c’è un “prima” e un “dopo”. Il prima è legato alla sua attività nella Gioventù italiana di Azione cattolica, quando, alla fine degli anni Trenta, frequentava le “adunanze” nelle parrocchie di Sant’Andrea e del duomo, a Mantova. Ma c’è anche il dopo, cioè il periodo successivo alla guerra. Cecconi ritorna a impegnarsi nell’Azione cattolica: presidente diocesano del Centro sportivo italiano, segretario dell’Unione uomini di Ac e presidente diocesano dell’Azione cattolica per due mandati, dal 1974 al 1979. «L’Azione cattolica è la mia vita», dice Cecconi, il quale si congeda da noi ricordando che, nel 1945, aveva incontrato Gino Bartali a Mantova durante il Giro d’Italia. «Ginaccio», così lo chiama, era iscritto all’Ac. Tantissimi ricordi, una miniera: ci sarebbe bisogno di un’altra intervista.
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